Testi critici

TESTI CRITICI
Una pittura onirica, brillante, pensosa, colorata è
quella di Giovanni Cecchini. Ricordi immaginari è
un’esposizione che ospitiamo con grandissimo piacere
nelle sale di Palazzo Bastogi. Mi piace molto
l’idea che un luogo come il Consiglio regionale,
deputato a svolgere come sua missione fondante
la funzione legislativa, possa essere avvolto dalla
poesia pittorica di questo nostro giovane artista di
Cecina. Il mare, l’arca, il sole, l’arcobaleno, l’aviatore
o il capitano, tutti sospesi in un tempo ed uno
spazio indefinito, parlano ai nostri occhi e, da qui,
toccano il cuore.
Un sincero apprezzamento quindi al talentuoso
Giovanni Cecchini con l’augurio che questa mostra
sia una tappa importante del suo percorso artistico
e umano.
Eugenio Giani
Presidente del Consiglio regionale della Toscana

 

Una scena minore diventa improvvisamente saliente, irresistibile, rivelatrice e totale.

Episodi remoti, dalla convergenza divergono in equilibri altri, ma con un unico centrale, regista-attrattore.

Sulla continuità di una bi-dimensione rapita dall’infinito, dai timbri caldi e arcaici, dalle volute chagalliane, la fiaba assolutamente seria di Giovanni Cecchini, scardina i baluardi della memoria, costruisce una sua temporalità, dove la statica contemplativa e l’urgenza della dinamica ricostruiscono i contorni primitivi e primari, ma dai colori vivi e profondi, dell’Io e dell’identità.

Cappelli che determinano cavalieri notturni, aviatori romantici, disegnatori, capitani o sacerdoti del niente. Ma nel lungometraggio della vita riscoprono i passaggi fondamentali del – loro – cambiamento: si blindano gli occhi della percezione fisica, alla ricerca della realtà, apparentemente invisibile, del vero essere. Quella che concede l’ontologico status a sogni, incubi, illusioni, quesiti aperti, storie irrisolte, scelte sbagliate, ricomposti e ora sospesi, in un lungo viaggio sulle onde della memoria.

E dove tutto ritorna, ma anche sfugge, l’animismo di oggetti, piante, e animaletti intenzionali, alleggerisce la rocambolesca rilevazione del Sé e il disagio si manifesta in una pioggia di stelle o in una reiterazione timidamente trionfale di margherite: anticipazione di uno spazio insondato, spesso notturno, un universo profondo nell’intercapedine fra il prima e il dopo.

I simboli restano privati, il cavaliere non è azzurro come quello di Kandinsky, ma buio ed ermetico. Gli episodi sembrano multipli, come in un richiamo a Bosch, ma l’attrattore resta unico e centrale. Per dare un ordine ‘altro’ al caos più affascinante della libera immaginazione.

Volterra, 5 aprile 2018 Elena Capone
Il sole, la luna e le stelle
Giovanni Cecchini spalanca un sipario assolato. Cala il silenzio, la commedia ha inizio. Forse è la commedia della vita, messa in scena da attori stravolti, da uomini e da animali sospesi tra colori irreali e fiabeschi, impastati per far risaltare forme sintetiche e dall’alto valore simbolico. I particolari si addensano, le tinte si raggrumano e si scaldano. Ecco, Cecchini – infaticabile regista – che penetra il genere umano e spinge il sogno fin dentro la tela, a custodire gelosamente il mistero delle emozioni che soffiano una poesia pura, carezzata dagli echi musicali di una natura leggiadra, gentile. Un sole che infiamma, una figurazione ammiccante che solleva le forme e le fa danzare sciolte, vergini, sospendendole in un romanticismo primitivo che allunga i volti, stilizza i nasi, mescolando narrazione e figurazione.
Giovanni Cecchini osa suggestioni che svelano una profondissima sensualità, che ci rapisce in un’estasi dall’anima infantile e commovente. Il colore non distrugge l’intero palcoscenico, non invade e non sottomette i corpi – si diffonde e nutre. Sulle superfici si annulla il rapporto spazio-volume e Cecchini non è più schiavo delle ombre dei corpi che – nottetempo – esalano nel cielo di una notte stellata, navigata da una luna che desidera esplorare l’ignoto. Una luna che, da lassù, sorveglia linee e colori fecondi, sfiorati da un’emotività preziosa, quasi selvaggia. Un presagio di un cammino di speranza che sconfigge le tenebre dell’ignoranza e ci accompagna fuori dall’oscurità “a riveder le stelle”, quelle stelle che Dante colloca nello scrigno della felicità.
Pisa, 19 febbraio 2017 Andrea Baldocchi
Il lavoro artistico di Giovanni Cecchini getta uno sguardo sull’immaginario che, recondito, custodiamo dentro ognuno di noi. Un luogo questo, intimo e segreto, che ci accompagna immutabile, spesso inascoltato. Un nocciolo duro che ci guida, nelle mutazioni alle quali ci concediamo o ci costringiamo, verso il quale coltiviamo un’alterna confidenza. Lo sapevano bene gli scrittori greci come Esopo, autore di favole dallo scopo educativo come La volpe e l’uva, La cicala e la formica, Al lupo! Al lupo!, La gallina dalle uova d’oro, talmente celebri da divenire proverbiali nella cultura moderna. E scrittori come Aristide, autore di Fabula Milesia, raccolta di novelle nella quale spicca il racconto di Cupido e Psiche reso celebre, nella versione latina, da le Metamorfosi di Apuleio. Al gioco delle mutazioni tra realtà e apparenza, partecipiamo, più o meno consapevolmente, sin dall’infanzia. Ed un gioco è serio, proprio quando, come nell’infanzia, non persegue uno scopo pratico se non la piacevolezza. Una piacevolezza e una serietà che Giovanni Cecchini ci presenta in Fabula, personale di pittura contemporanea, dove espone i dipinti della sua recente produzione. Accompagnandoci nel suo mondo fatto di sogni e ricordi, così simile a quello di tutti noi e così speciale, dischiude il nostro sguardo sulle paure e le speranze che ci accompagnano, su ciò che siamo, siamo stati e su ciò che vorremmo essere. A chi nutrisse dubbi in proposito la risposta di Cecchini è che tutto questo è possibile. Può esserlo nello spazio che custodiamo dentro ognuno di noi e sul sottile limite di un’opera d’arte che i fortunati poeti aspirano, da sempre, a donarci.
Dott. Enzo Lamassa
Il mondo di Giovanni Cecchini è fantasioso, onirico, affollato di emozioni dalle quali scaturiscono linee sinuose che si accavallano
e, talvolta, si compenetrano conferendo ai quadri la vitalità e il ritmo di un “crescendo” musicale. Cecchini usa una tecnica pittorica
tradizionale e decisamente figurativa, tutte le opere sono accomunate da un marcato simbolismo accentuato anche dall’uso del colore
e riflettono vicende della vita reale poi rielaborate nell’immaginario del pittore.
Realtà e sogno, dunque, per l’artista, convivono nel nostro mondo interiore come il Bene e il Male coesistono nella parte più intima di ciascuno di noi,
pronti a scaturire dalle zone meno conosciute della nostra psiche a seconda delle situazioni, mentre la natura è vista come partecipe
qualche volta in modo positivo, altre in senso negativo, ma mai indifferente alle vicende umane.
Dott.ssa Simonetta Ostinelli, curatrice della sezione arte de “L’aurelia”
Giovanni Cecchini, con i suoi dipinti, ci regala un’interpretazione della pittura figurativa fiabesca e onirica, la cui potenza espressiva è dovuta principalmente all’ uso del colore.
L’eco della pittura di Chagall si manifesta nell’atmosfera surreale, che pervade le tele del pittore cecinese, il quale però si contraddistingue per la nota di leggerezza e giocosità dei suoi soggetti fiabeschi e favolosi, in cui è costante la presenza, talvolta preponderante, di simpatici animali, che sono il filo rosso delle sue opere.
Sempre mantenendo questo sguardo leggero e giocoso, scruta talvolta fin nelle profondità dell’animo umano e ce le restituisce in metafore ricche di particolari favolosi e fantastici, secondo il suo personalissimo modo di raccontare ogni aspetto della realtà, persino i più oscuri e insondabili.
Infatti il linguaggio del sogno si rivela un efficace strumento per esplorare l’inconscio umano, come dimostra la mostra permanente “Nello studio dello psicologo: espressione pittorica della psicopatologia”, in cui il pittore riporta sulle sue tele il regno irreale e distorto delle psicopatologie, senza però perdere il carattere ludico e fantasioso della sua pittura e il suo tocco luminoso e allegro per scendere a compromessi con la pesantezza del tema.
Degno di nota è, soprattutto, l’uso del colore, capace di suggestionare al primo sguardo lo spettatore, e la sua potenza comunicativa: sicuramente non si tratta di un mero riempitivo, anzi offusca talvolta le forme e diventa espressione diretta di stati d’animo.
Anche un particolare soggetto della sua produzione artistica è, a mio parere, degno di nota, ovvero i notturni e, soprattutto, la resa della luce, soffusa, delle stelle e della luna, che crea un’atmosfera di mistero, incantata, magica, quasi mistica, e sognante.
Alessandra De Ieso